residenti illustri nel territorio della sezione A.N.A. bolognese romagnola

il Maggiore Paolo Caccia Dominioni

di Giuseppe Martelli

 

Gli eventi dell’8 settembre 1943 determinarono uno sbandamento ed anche drammatiche situazioni personali nelle Forze Armate Italiane. Legato a questo particolare momento della nostra storia ritroviamo il maggiore del Genio Alpino Paolo Caccia Dominioni, che a Bologna visse suo malgrado un forzato “soggiorno” ma vi trovò anche l’amicizia e la solidarietà ed una presa di coscienza che determinarono la sua scelta di entrare nella lotta partigiana.
Il suo libro di ricordi “Alpino alla macchia” edito nel 1977 da Cavallotti Editori in Milano, inizia proprio da Bologna…..ed è questo capitolo che ripropongo.
OPERAZIONE < ALARICO> E <FUCILAMENTO >
10 settembre 1943 – Villa Arcivescovile di San Michele in Bosco sopra Bologna.
< Bacio il Sacro Anello a Vostra Eminenza Reverendissima >
Così direbbe una damina incipriata del settecento, non lo sciagurato che vedo riflesso nel vetro di una finestra aperta in questo bel salotto. Un individuo sparuto, bruciato dal sole, grottesco nel sudicio ed avariato vestito di qualcuno che ha la corporatura tripla, mentre la camicia grigioverde e gli scarponi chiodati tradiscono il militare. Orrenda poi la cravatta che gli hanno messo, a fiorami giallo limone, rosa, verde-turchese e viola sgargiante.
Passi nel corridoio. Entrano. Il Cardinale Giambattista Nasalli Rocca, Principe del Sacro Romano Impero e Conte di Conegliano, Arcivescovo di Bologna, non è cambiato nel celebre aspetto di dominatore e nel piglio energico. Mi sembra che il giovane segretario, monsignor Angelo Dell’Acqua, cerchi di imitarlo (penso a Galeazzo Ciano quando si sforzava di fabbricarsi le attitudini, la voce e la mascella del suocero). Tranquillo e dimesso il terzo personaggio, un anziano e grasso prelato.
Mi scuso della mie condizioni.
< Perbacco, come ha fatto a ridursi così? Per poco non la riconoscevo >
La guerra. E poi, ieri all’alba, nella stazione di Bologna la mia tradotta ha fatto le fucilate con i tedeschi ed ho avuto la peggio. Sono evaso mentre mi deportavano in Germania, ed ora chiedo asilo, sia pure per poche ore, a Vostra Eminenza Reverendissima.
< Si consideri a casa sua, per il tempo che vuole. La settimana scorsa ero a Roma, ospite del Cardinale suo cugino, e ho chiesto di lei.  Mi ha detto che non era ancora ben guarito dalle avarie africane, ma che già comandava un battaglione d’alpini in montagna. Ha fatto bene a venire qui. Nessuno di noi tre ha ancora parlato con una vittima diretta dei fatti attuali, e vorremmo il racconto particolareggiato, anche se penoso, di quanto le è avvenuto >
La Sua accoglienza mi commuove. Ma non vorrei, Eminenza, esser prolisso. L’interesse dell’uditorio esula dalla tradizionale riserva dell’alto clero.
La sera del 7 stavo uscendo da Asiago, in marcia notturna con parte del battaglione, quando mi raggiunge l’ordine di partir subito per Banne, presso Trieste, e presentarmi al comando di reggimento. Mi arrampico dietro il mio motociclista (un altro milanese, vecchio d’Africa e medaglia d’argento sul campo, Chiodini), invertiamo la marcia e prendiamo la strada di Gallio, pessima (però sfiora un posto dove mi fermo sempre, e conosco bene fin da quando vi morì mio fratello Cino, sottotenente degli alpini nel ‘18). Una notte sballottata di 250 chilometri, tra allarmi aerei, forature e passaggi a livello chiusi per ore anche ai veicoli con meno di quattro ruote. Arriviamo verso le 8 di mattina: il colonnello (uno nuovo che non conosco) è già in caserma. Vengo annunciato subito: mi riceve dopo due ore. < Notizie del battaglione >, dice. Gli “do la forza”: 1154 tra ufficiali e truppa; armamento,oltre quello individuale, 192 mitraglie, lanciafiamme e mortai d’assalto, più 18 mila bombe a mano tedesche e il parco esplosivi. Purtroppo non riusciamo ancora ad avere i 4 cannoni anticarro e i 4 mortai pesanti. Risponde: < E’ per questo che vi ho chiamato. Dite dello spirito del Battaglione. > Rispondo che il destino di un reparto del nostro metallo, tenuto in serbo per l’estrema prova in una situazione disperata, non offre che tre alternative: ospedale, prigionia o le scarpe al sole; e lo sappiamo. Quindi: fare la pace in sé, allegramente, lavorare forte, cantare, prendere la sbornia, e il resto. Vostra Eminenza mi perdoni. Il colonnello non fa commenti (vedo dai nastrini che è un uomo di guerra, anche se tanto rustico) e conclude: < Vi spedisco a Roma con un ufficiale mio perché vi diano subito cannoni e mortai. Prenderete un treno de pomeriggio e stasera, a Mestre, la tradotta del sud. Potete accomodarvi. Buongiorno. >
Passo il resto della mattinata al comando per regolare diverse faccende. Apprendo, da un’indiscrezione, che sono stato promosso tenente colonnello e che ci sarò nel primo bollettino; ma, soprattutto, ottengo diecimila sigarette per il battaglione, che non ne ha. Chiodini le carica un po’ sul secondo sedile, al mio posto, un po’ davanti, fa il pieno di benzina, e riparte (instancabile nonostante la pallottola che gli ha bucato la pancia) per Asiago.  Dedico le ore pomeridiane ad amici triestini e finalmente vado alla stazione, proprio quando esplode la notizia dell’armistizio. Il tripudio, per le strade, è scatenato e folle, non un viso preoccupato per quello che indubbiamente faranno i crucchi.  Telefono in caserma, parlo con il superiore: non sarebbe il caso che torni ad Asiago? < Eseguite l’ordine di stamane > viene risposto. In treno c’è un vecchio guerriero, colonnello dei granatieri, anch’egli richiamato, tormentatissimo per l’incosciente baraonda che appare in ogni stazione e nelle campagne.
A Mestre salgo in tradotta: nel mio scompartimento ci sono tre colonnelli con le stellette listate di rosso, comandanti di reggimento.  Arriviamo a Bologna alle 2 di notte, e non ripartiamo. Io, stanchissimo per le ore in motocicletta e la giornata triestina, dormo pesantemente. Alle 4, forse un po’ dopo, un trambusto mi sveglia intontito. I crucchi sono venuti a disarmarci, ma sento urlare: < No! L’ordine di Badoglio alla radio è stato di rispondere con le armi a qualsiasi attacco. > E’ un anziano richiamato, capitano dei bersaglieri, di quelli vecchi del Carso. Riunisce i pochissimi armati della tradotta, una quindicina su trecento, cattura quattro tedeschi. I miei tre colonnelli sono come inchiodati. Balzo presso il capitano, sono con lui; e se facessimo uscire il treno in campagna, magari minacciando il macchinista con la pistola? E’ d’accordo. Corro verso il locomotore con il tenente Comel, un bravo ingegnere triestino che mi accompagna. I nostri aprono il fuoco. Cadono tedeschi tra i binari e sul marciapiede.
I prelati tacciono, ma i loro occhi scintillano, e sono frementi. Dopo tutto sono italiani anche loro.
Purtroppo il locomotore è già staccato. Non possiamo riunirci ai nostri: un gruppo di crucchi ci ha tagliati fuori. Filiamo curvi nello stretto spazio fra altri due treni, vuoti. Sentiamo sferragliare carri armati Tigre, di quelli nuovi, 30 tonnellate, cannone lungo da 88. Sparano a bruciapelo sulla tradotta, un macello. Attorno a noi è il noto sibilante fruscio di pallottole e schegge. Cerchiamo di svignarcela nel sottopassaggio, ma in fondo, dove c’è la scala con il cartello “al piazzale”, diversi tedeschi che stavano appiattati dietro l’angolo ci piombano addosso prima che si possa usare la pistola e ci immobilizzano. Poco dopo l’intera tradotta, solo parzialmente ribelle, disarmata, è fatta coricare a terra nel piazzale, tra sei mitragliatrici puntate. Ogni tanto un tenente tedesco ci arringa: la nostra probabile sorte è “FUCILAMENTO”. Ripete la parola con voluttà.
Dopo sei ore bestiali ci incolonnano e traversiamo tutta Bologna, scortati da crucchi a bajonetta in canna: una vergogna inumana, angosciosa, tra la folla sbigottita. Una ragazzina sui 15 anni spinge la bicicletta camminando parallelamente a me, mi guarda e piange: sono il solo alpino. Le dico: coraggio, puoi star sicura che non finisce così. Mi ringrazia. Mi si affianca un borghese, elegante, energico, due medaglie d’argento all’occhiello: < sono armato, > mormora, < facciamo qualche cosa? > Gli dico che ci massacrerebbero tutti e che invece potremo agire dopo esserci organizzati. Un tedesco ride di un ufficiale che fatica a trasportare la sua cassetta, è ferito o ammalato: dico al tedesco, nella sua lingua, che dovrebbe vergognarsi, e aiutarlo. Il tedesco ha un gesto di violenta protesta, ma ferma un triciclo a furgone, vi fa caricare la cassetta e poi mi dice: ecco fatto. Percorriamo viale Panzacchi, ci chiudono nella caserma del 3° artiglieria. Credo vi sia concentrata tutta la guarnigione di Bologna, più tutte le tradotte bloccate in stazione, più i militari rastrellati qua e là: a occhio e croce, diecimila uomini. Gli ufficiali si affollano nella villetta del Circolo. Una confusione da non dirsi, e poco edificante. Noto in disparte, dignitoso, un gruppetto di cavalleggeri di Saluzzo. Vedo i tre colonnelli miei compagni di scompartimento, accasciati, fors’anche per non aver affatto reagito ai tedeschi. Mi  sento chiamare: sono tre paracadutisti della “Folgore” e un loro caporale che avevano fatto scintille nel brevissimo scontro dell’alba e mi cercavano per organizzare la fuga.  Ne manca uno, e manca anche il vecchio capitano bersagliere: speriamo siano vivi. Ma posso chiedere a Vostra Eminenza che notizie ci sono? E’ possibile che nessuno resista?
< A Bologna la guarnigione si è arresa e fatta disarmare senza reagire: il vostro caso, che abbiamo saputo subito, è anche isolato. Pare si combatta a Roma, Milano, a Reggio, nel Trentino. Torino avrebbe seguito l’esempio di Bologna. Ma continui, la prego, il racconto. >
Per oltre un’ora abbiamo continuati i tentativi di fuga: dal muro di cinta, dalla fognatura che ha uno sbocco all’aperto: ovunque tedeschi con mitragliatrici puntate. Ci siamo seduti in un angolo poco affollato, per chiacchierare. < Ma pensi signor maggiore > dice il caporale, un bresciano che si chiama Bettoni, < pensi a quando arrivavamo feriti a Marsa Matruh, alla Busetta di Tripoli, sulla nave ospedale “Gradisca” (dove c’era anche lei, lo ricordiamo bene) e si diceva che eravamo della “Folgore”. Tutti si facevano in quattro, colonnelli medici e soldati infermieri, suore e crocerossine. E adesso guardi che vergogna, che umiliazione, che rovina >. Forse è bene che vada a vedere che cosa succede alla palazzina degli ufficiali. E’ vuota. Li hanno portati via tutti, al vicino Stabilimento Pirotecnico. Un tedesco mi dice che ora stanno rastrellando i pochi che sono rimasti in caserma, e poi ci scorteranno allo stesso edificio, in attesa di riportarci alla stazione. E poi? Poi, non sa, ma pensa che finiremo tutti in Germania. La mia angoscia aumenta: unico punto positivo, la certezza che nessuno ha preso nota dei ribelli che hanno sparato per primi, di noi che abbiamo cercato di reagire a tanto disonore.
Mi fermo per prender fiato.Portano l’aperitivo. Ottima cosa.
Hanno trovato altri sei ufficiali, ci fanno uscire sul viale, in linea di fronte:  dietro noi camminano due tedeschi armati di mitragliatore. Il viale non è deserto. Sono il primo a sinistra verso la corsia centrale, lungo la linea degli alberi. Mi rovo a fianco due borghesi che fingono parlare tra loro, ma si rivolgono a me, voltando la testa dalla parte opposta. Uno è molto alto, di aspetto operaio, faccia energica e barba non rasa. < Scappi, signor maggiore, lo nascondiamo noi mettendoci davanti al tedesco; giù il cappello alpino, la penna bianca si vede troppo. Al via parta a tutta velocità, traversi, salti nella strada a sinistra e dopo cinquanta metri, sulla curva, si butti nel giardino a sinistra, scavalcando la rete metallica; troverà aiuto nella villa. > Perché no, penso, e mi chiedo dove mi raggiungerà la raffica: schiena? nuca? Purché facciamo presto: sarebbe la più elegante uscita da questo tormento. Al segnale, eseguisco. La raffica non arriva: forse il tedesco guardava qualche bella ragazza. Mi cade la cartella di cuoio, mio unico bagaglio per il viaggio di un giorno, le cose personali e i documenti. La rete è alta: butto al di là cappello e impermeabile, mi arrampico, una capovolta con salto mortale e giù nella siepe, appiattendomi dietro il muretto basso. Sento arrivare in volo la cartella: i miei salvatori sono degli eroi. Subito dopo, pesanti, passano di corsa gli scarponi chiodati del tedesco distratto: mi sfiorano a soli quaranta centimetri, lo spessore del muretto. Ma rimango appiattato, temendo un ritorno. Dopo venti minuti, guardingo, mi assicuro che nessuno dalla strada possa vedermi e striscio verso la casa. Gradini e ripiano dànno sul giardino, come si conviene: la porta è socchiusa, anche se tutte le persiane sono sbarrate. Entro. Vengo affabilmente accolto da una coppia di ottantenni, che già ospitano tre giovani ufficiali in fuga. La signora è molto commossa, e ripete: le vostre mamme, le vostre mamme. Il marito si chiama Cleto Capri, architetto e professore, un uomo della mia statura, ma incredibilmente grasso, sui centoventi chili (più del doppio dei miei cinquantotto). Entriamo in sala, e subito la mia attenzione è attratta da diversi quadri, e specialmente da tre piccoli paesaggi di tipica scuola ottocentesca veneta. < Ma questi li ho visti alla biennale di Venezia nel 1924! > esclamo, < maniera di Ciardi e Favretto, di Zandomeneghi e Fragiacomo. > L’ottantenne autore mi abbraccia: è proprio lui. Entusiasta di ospitare un collega e soprattutto, dice, un intenditore. Pasto e progetti, piano d’azione. Uno dei tre giovani è figlio di un capostazione in servizio sulla linea adriatica: ha già preso contatto con la stazione e fra poco arriveranno indumenti e copricapo ferroviari, unti e bisunti, con i necessari documenti per ciascuno.
Il monsignore grasso, per la prima volta, fa udire la sua voce: < Conosco l’architetto, ottima persona e buon cristiano >. Mi scuso con Sua Eminenza di perdermi in tante quisquiglie, ma il cardinale insiste. Un cameriere annunzia il pasto: ci spostiamo a tavola, dove ci servono una colazione molto semplice, ma – a questi chiari di luna – assolutamente inattesa. Riprendo dopo il caffè: forse il cardinale preferiva che la servitù non ascoltasse, e intanto si parla della mia ultima sorella che nel ’38, sposatasi, divenne nipote di Sua Eminenza; nell’occasione egli fu mio ospite a Nervino, con il cardinale Camillo Caccia Dominioni suo grande amico e nostro cugino.

Disegno dell’autore dedicato ai pantaloni del professore.
Nel pomeriggio il figlio del capostazione, essendo arrivato il pacco, si veste da fuochista ferroviario ed esce. Rientra più tardi, con le notizie. Calma generale, poche pattuglie tedesche che per ora non perquisiscono le abitazioni. Dalla stazione partono uno dietro l’altro lunghissimi convogli di carri chiusi, uomini 4° (ma quasi sempre 50 o 60 che non hanno neppure lo spazio per stare ritti) e cavalli 8, sulla linea di Verona, e questo significa Brennero e campi di concentramento in Germania. Pochi partono per Padova (e si pensa subito alla Polonia). I carri sono sempre piombati. Qualche ufficiale o graduato della soppressa milizia si è subito messo a disposizione dei tedeschi, e per lui tutto va bene. Il pittore architetto mi presterà un suo vestito; domattina usciremo assieme per un giretto in città, e mi farà vedere le sue opere. Gli ho detto che conosco Vostra Eminenza Reverendissima, ne è stato felice e mi ha consigliato di chiederLe asilo. Ho passato la notte a meditare e a cucire quattro enormi pieghe nella cintura dei pantaloni che porto, diminuendo di mezzo metro la circonferenza, ma non basta ancora: niente paura, rimedierà la mia cinghia. Stamane mi sembrava di avvolgermi in un drappeggio di tendoni: e la cravatta è cosa spaventosa, ma non ho osato fiatare.
Il racconto, giunti a questo punto, potrebbe essere finito; e ho il dubbio di avere ecceduto in particolari senza interesse. Ma il cardinale insiste.
Il giro architettonico, molto minuzioso, è durato più di due ore, e finalmente siamo giunti all’Arcivescovado, dove l’accoglienza, nonostante il concorso del prestigioso artista, mancava un po’ di calore: devono avermi preso per l’evaso da una clinica psichiatrica. Ma saputo dove trovare Vostra Eminenza mi sono fatto portare sulla buona strada dall’ottimo Capri. Alla prima occasione, manderò a recuperare il cappello, l’uniforme e la cartella sfuggita all’attenzione del nemico detentore. Prima di arrivare quassù ho sbagliato più volte la strada, ma senza cattivi incontri.
Il cardinale e il monsignore anziano si ritirano: resta ancora un po’ il segretario, a chiacchierare del più e del meno. A rassicurare i miei, con un telegramma a Nerviano, ha già provveduto il professore. Monsignor Dell’Acqua è acuto e piacevole: mi aiuterà a risolvere il difficile caso. Mi assilla il triplice pensiero della famiglia, a Nerviano e a Roma, e del battaglione rimasto sull’altipiano.
10 settembre, sera
Ho una bella camera in stile impero invece dei centocinquanta centimetri quadri del vagone piombato. Enorme immeritata fortuna, per ora. Non ho voglia di dormire. Cerco qualcosa da leggere per distrarmi. La stanza vicina è la biblioteca: i muri sono tappezzati di volumi rilegati in cuoio bruno, quattro o cinquemila libri tutti di teologia, filosofia e dogmatica; annate, decenni di riviste religiose rilegate, “La Civiltà Cattolica”, “Annali Missionari” ed altri. A me, in quel settore, basterebbe il minuscolo messale, ricordo di mio Padre; ma è rimasto ad Asiago. Lo riavrò un giorno? Non riesco a equilibrare le idee. E potrò recuperare il cappello alpino, con l’ala slabbrata da una scheggia che svolazzava l’anno scorso nell’aria di Alamein, ad altezza d’uomo?
Intanto, sempre in biblioteca, ho finalmente trovato un libro che un tempo mi sembrava mortalmente noioso, e ora, fin dalle prime righe, mi dà un senso di ariosa spensieratezza; le “Memorie” di Massimo d’Azeglio. Il caso mi fa aprire la pagina dove il marchese padre dice al figlio adolescente nominato alfiere di cavalleria: < Ricordati che l’onore del soldato sta sullo stesso piano dell’onore del primo generale e anche del Re. >
Penso ai tre colonnelli. Non ho voglia di leggere. Non ho voglia di affogare nel sono la mia stanchezza. Mi chiedo se un ciclone cosmico basterebbe per ripulire l’Italia che sta affogando nella merda.
Ma continua la catena degli imprevisti fortunati. Ho saputo che contiguo alla chiesa di San Michele e alla villa c’è l’antico chiostro, oggi padiglione distaccato del grande complesso ospedaliero Putti o Rizzoli di Bologna. E salvo errori al Putti è ricoverato da mesi, per sei gravi ferite riportate in Russia, un altro guastatore alpino, forse il più audace e intrepido, il capitano Manlio Maria Morelli, amico carissimo. Chissà che non sia vicino, e prego monsignor segretario di informarsi. Dieci minuti dopo Morelli è qui: siamo senza parole e ci abbracciamo. E da uomo pratico, dice che sono due le cos urgenti da fare. Vestirmi da cristiano, e provvederà in mattinata; e parlare di me al professor Scaglietti, direttore del Putti, di fama internazionale, oggi colonnello, per far valere la leggera ferita dell’anno scorso al viso, e proprio nella branca sinistra del trigemino.

11 settembre
Scaglietti mi ha visitato, ricoverato all’ospedale, e dimesso con sei mesi di convalescenza per postumi di ferita. Morelli mi ha vestito elegantemente e mi ha dato una cravatta di colore unito. Dopo questo è arrivato a Scaglietti l’avviso che gli sarà affiancato un medico militare tedesco. Tutti provvedimenti in corso sono sospesi in attesa di costui, annunziato per domani.
Mentre ero in corsia, ho sentito voci tedesche, e ho visto una sala dove giacevano una decina di feriti, curati da una suora della Pigrizia, l’Ordine veronese che da un secolo ha provvidenzialmente alimentato gli ospedali del levante, specialmente in Egitto. La suora è di mezza età, e certamente è stata laggiù. Le chiedo se parli arabo: dice di si. Le chiedo allora, in arabo, da dove venga questa gente. < Men el mahatma >, risponde, dalla stazione. Li hanno portati ieri l’altro mattina presto; e soggiunge che erano tutti “sahkranin”, ubriachi.
12 settembre
Ho pensato che la fortuna mi lasciasse. Il medico tedesco ha la faccia del perfetto idiota, è intimidito dalla presenza di Scaglietti, ma è una sudicia carogna. Tre ufficiali che mi precedono vengono riconosciuti, e faranno la loro convalescenza, ma in Germania, internati, finchè potranno riprendere servizio con le nuove forze del ricostituito esercito italiano.Poi c’è un fante amputato, visibilmente, a metà tibia: e lo fa spogliare per essere sicuro: Scaglietti gli dice il fatto suo, in buon tedesco, e quello incassa. Poi è il mio turno. Scaglietti spiega; scoppio, scheggia nel gaglio di Gasser, nevralgie intollerabili, probabile prossimo intervento. Il foglio di licenza è già completo. Il tedesco appone il timbro con l’aquila, che tutti chiamano “pollastro”, della Wehrmacht, e scrive: genehmigt – Dr. Koester, Oberarzt.
Scaglietti: < Ora che c’è il pollastro lei è in una botte di ferro. >
Si tratta ora di raggiungere Milano.
13 settembre
Gli addii al Cardinale, ai due monsignori e al personale della villa sono stati cordialissimi. Sembrava chiudessero un anno di soggiorno. Morelli, che ormai può dirsi guarito, mi ha accompagnato al treno. La città è in gran disagio pur avendo apparentemente ripreso la vita normale. In casa Capri ho fatto una riconoscente visita di congedo, riportando vestito e cravatta; ma per prudenza, dovendo rischiare probabilmente più di una perquisizione, uniforme e cappello alpino vengono ritirati da Morelli, tuttora ricoverato.
Alla stazione abbondano, facili a distinguersi, i militari travestiti. Non ho voglia di cercare i segni del nostro combattimento, proprio al marciapiede 6 dove è in arrivo, da Firenze, il mio treno. Entro dal finestrino (discreta impresa per un convalescente, dal basso della massicciata di pietrame, perché siamo oltre il marciapiede), mi metto a posto e sempre dal finestrino introduco due bambini che dispongo ad occupare il posto delle rispettive madri. La baraonda è infernale. Dopo mezz’ora il treno è circondato da soldati tedeschi che fanno scendere tutti gli uomini, di qualunque età, per la verifica dei documenti. Forte del mio pollastro, del mio grado e parlando tedesco mi metto in autorità, fino a irritarli: fanno scendere anche me, mi perquisiscono e mi portano dal loro maggiore, comandante di stazione. Compio un atto che mi ripugna, e gli metto sotto il naso il brevetto della croce di ferro avuta da Rommel. Soltanto così riesco a tornare al treno, assieme a un nostro soldato ammalato che non si regge in piedi. Le vetture, prima stracariche, ora sono quasi vuote, occupate specialmente da donne e bambini. Ma si riempiono successivamente, di stazione in stazione…
….Grazie a Iddio si prosegue oltre il Po, e dopo mezzanotte arriviamo a Milano………

 

ma chi era il conte Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo?

Era nato a Nerviano (Milano) nel 1896. Il 24 maggio 1915, studente di ingegneria, abbandona gli studi per arruolarsi volontario all’annuncio della dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria. Dopo cinque mesi entra all’Accademia Militare di Artiglieria e Genio di Torino ed al termine del corso allievi ufficiali viene assegnato al reggimento Genio Pontieri partecipando a tutti i combattimenti sull’Isonzo. Promosso Tenente nel 1917, guadagna la prima medaglia di bronzo al valor militare. Transita poi, su sua richiesta, ad una nuova specialità del Genio, i “lanciafiamme” ed opera sul fronte del Carso. Al termine della guerra, completati gli studi di ingegnere architetto, viene richiamato ed assegnato al Regio Corpo Truppe Coloniali della Tripolitania e raggiunge la Libia rimanendovi per due anni. Richiamato nel 1931, viene mandato nel Fezzan per eseguire una serie di rilievi cartografici percorrendo nel deserto a dorso di cammello, un migliaio di chilometri. L’anno successivo viene posto nuovamente in congedo. Nel settembre 1935, nuovamente richiamato con il grado di Capitano, è in Sudan in qualità di “agente segreto”, poi ad Asmara nel servizio informazioni del Comando Superiore, quindi nel 1936 è posto al comando della “pattuglia astrale” costituita da Ascari interpreti di tutti i dialetti locali e posta alla testa delle colonne in avanzata. All’inizio del 1937 rientra in Italia, con nuove decorazioni al valor militare, ed è posto in congedo. Nel 1939 è ad Ankara, impegnato nella costruzione della nostra ambasciata e qui lo raggiunge il quarto richiamo. Con l’entrata in guerra dell’Italia nel giugno 1940 dopo ripetute specifiche richieste, viene assegnato al XXX battaglione Guastatori del Genio Alpino. Frequenta quindi il corso di specializzazione al termine del quale, con il grado di Maggiore, gli viene affidato il comando del XXXI battaglione Guastatori del Genio. Inviato nuovamente in Africa sul fronte di Tobruk, qui, nel giugno 1942 al comando dei suoi Guastatori, partecipa a numerose rischiose azioni per le quali riceve dal Comandante Gen. Rommel la croce di ferro tedesca “sul campo”.

il Sacrario di El Alamein

Successivamente il battaglione passa alle dipendenze della Brigata Paracadutisti Folgore e partecipa dal 24 ottobre al 5 novembre alla drammatica battaglia difensiva di El Alamein nel corso della quale Caccia Dominioni rimane ferito. Rimpatriato, pone tutte le sue energie per far approvare la costituzione di un nuovo reparto della specialità Guastatori del Genio Alpino, che viene formato con i veterani del XXX e XXXI battaglione il 23 aprile 1943 a Banne (Trieste), quindi dal 1° agosto completato l’organico è trasferito nella nuova sede ad Asiago. Coinvolto a Bologna dall’armistizio dell’8 settembre 1943, riesce a rientrare in Lombardia dove fino al 25 aprile 1945 partecipa in modo significativo alla lotta partigiana meritando la medaglia di bronzo al valor militare.

Nel 1948 ritorna volontariamente con pochi fidati in Africa ad El Alamein per una missione unica: la ricerca delle salme dei caduti di ogni nazione disperse fra le sabbie del deserto egiziano, ricomporle in un Mausoleo da lui stesso progettato, realizzato e per anni custodito. Grazie alla sua opera 4814 caduti riposano e sono onorati nel Sacrario Militare Italiano di El Alamein inaugurato nel gennaio 1959.

 

Alcune delle opere di Paolo Caccia Dominioni. Le prime due immagini riproducono la copertina di sui libri, la terza, il suo disegno in copertina del libro edito a cura del Comitato per la storia del Genio Alpino, l’ultima è una sua cartolina dedicata al periodo “africano” del 31° Guastatori.
Autore di numerosi ed apprezzati libri storici, disegni, tavole, illustrazioni, progettista di Sacrari Militari e gruppi monumentali in quattro diversi Continenti, il Colonnello del Genio Alpino Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo muore a Roma il 12 agosto 1992. In occasione della visita al Sacrario di El Alamein del Presidente Carlo Azeglio Ciampi avvenuto il 20 ottobre 2002, gli viene conferita la Medaglia d’Oro al Valore dell’Esercito “alla memoria”.

Note: la segnalazione di questo interessante capitolo, legato alla storia del territorio bolognese romagnolo, e la proposta di riportarlo nel sito è pervenuta da Mario Gallotta del Gruppo Alpini di Ferrara.