la sezione A.N.A. bolognese romagnola

“curiosità” a proposito del titolo “Canta….che ti Passa”
di Giuseppe Martelli

 

La presentazione del primo numero uscito in stampa nel giugno 1963:

ANNO I° N°1 – Mensile Giugno 1963

< CANTA, CHE TI PASSA….>
Gli Alpini tutti, sanno il significato dell’intestazione del giornale. Non tutti forse sanno che ancora nel 1916 al Battaglione Tirano la carta intestata del Reparto portava questo motto.
Come sarà nato? Chi l’avrà coniato? Inutile il ricercare l’autore. E’ certamente un Alpino, il quale, vedendo un suo compagno triste o per poco allegre notizie da casa, o perché la morosa gli ha fatto un dispetto, o perché si è vista fregare la licenza, o perché doveva sottostare ad un colpo di naja, gli ha detto: < Canta; che ti passa…>
Se la naja alpina, infatti, è costituita da crode, di lunghe marce, di mesi eterni di trincea, di rifugi incrodati o interrati, di sacrifici, di tutto ciò che può essere scocciante per le persone normali, essa però è anche costituita di canti: siano lenti e solenni, svelti o gioiosi, malinconici o allegri, i canti degli Alpini hanno un gran pregio, ti tolgono dallo stomaco il magone che le cattive notizie ti hanno procurato, ti legano ancora ai compagni che ti son fratelli; ti impediscono di fare il musone, ti evitano di far fesserie.
E tra un canto e l’altro trovi anche il tempo per un bicchiere di vino. La naja continua, militare o borghese che tu sia, ma quando senti un coretto, ti si drizzan le orecchie come al mulo in vicinanza della stalla e vai a riversare nel coro la tua angustia.


Seconda curiosità:
Il 104° reggimento di marcia “Cuneense” durante i sei mesi di operazioni in Jugoslavia (febbraio-agosto 1943) pubblicava un giornalino redatto a cura di alcuni ufficiali del comando, dove venivano narrate azioni di guerra dei sui reparti, atti di valore, fatti di cronaca e vignette umoristiche. Il giornale chiuse con lo scioglimento del Reparto avvenuto il 24 agosto 1943.
La testata è qui sotto riprodotta.

 

Su L’ALPINO del 15 maggio 1928 compare questa “lirica” scritta da Renzo Boccardi tratta dal suo libro “La Canzone dei Verdi, cantare alpino”, casa editrice Cartoccino, Monza 1927.

CANTA CHE TI PASSA!

Cantare!

voce che sale e che scende

come una fontana

che zampilla,

che trilla,

e che nel sole

risplende

e dipana parole:

canzone per obliare

il male

e la morte che forse ti assale,

canzone per memorare

la vita che lunge ti attende:

Canta che ti passa.

Se la gioia

ti esalti

ne l’ebbrezza d’un’ora gioconda

ancor più del buon vino

vicino,

se la noia

ti circonda

de l’accidia di eterni

silenzii che invano tu assalti

di voci, se ti serra

ne i gelidi inverni

il desìo e la carne ti punge

per la tua donna che la guerra

da te lontana disgiunge

ne la pianura più bassa:

Canta che ti passa.

Se una “pipa” ti rode

la già magra cinquina

e la cinghia più tiri

e sospiri,

se la sorte

ti elegge e destina

a le pattuglie e l’assalto

su per le ardue crode,

se la morte

ti sfiora su in alto

col freddo suo fiato,

col rombo feroce

che urla con ogni sua voce

e sconquassa:

Canta che ti passa.

Se esoso pidocchio ti punge,

se il rancio gelato

ti giunge,

e la “Sussistenza”

i generi di conforto

con troppa insistenza

ti munge,

se lo sconforto

ti morda ed il dubbio ti roda

che un turbe “imboscato”

la donna tua sola

si goda,

se, per non piangere, ridi

del tuo male

e soffochi i gridi

ne la gola

già lassa

sin che il dolore è quetato:

Canta che ti passa.

Canzone,

fiore sbocciato d’incanto

su lo stelo

de la voce,

su lo stelo de la passione,

corolla di malinconia,

rugiada di pianto,

cielo

pieno di voli,

pieno di soli,

foce

a la nostalgia.

Renzo Boccardi
Nel libro “Le canzoni della guerra e della montagna” raccolte da Attilio Frescura, Carisch S.A. Milano 1940, così viene presentato il libro dal sottotitolo CANTA CHE TI PASSA, dalla quale sono tratte le parti più salienti qui sotto riproposte.
“Canta che ti passa” , era il motto, un poco sfottente del Fante; ma si sa quanti se ne ricordano ancora? Chi sa quanti, alle ambasce quotidiane, sanno ripetere a se stessi: canta, che ti passa? Forse bisognerebbe che la vita fosse imminentemente allo sbaraglio, come allora.
Insomma, nel vasto quadro della guerra ci possono stare anche le canzoni, nate dalla nostra passione, che non allineò fanti immusoniti e non mostrò volti tragici se non nella morte. Tale almeno, è il ricordo che ognuno di noi ha del camerata della feritoia accanto.
Canta che ti passa era il motto del Fante di tutte le Armi, nato nell’anonimia che ha forgiato motti e apostrofi ancora più sublimi. Il Fante, giocondamente menefreghista, allorché sentiva levar la voce a bestemmiare e imprecare, di lontano ammonì a l’altro: - Canta, che ti passa - salvo, un attimo dopo, a sacramentare peggio. Il consiglio, comunque, contiene una grande verità, che il canto è balsamo a ogni ambascia, com’è espressione di gioia.
Canta che ti passa; ma se è possibile, vedi di non riservare agli altri lo strazio, con la canzone che strazia.
La guerra ha un poco insegnato, tra l’atro, a cantar in coro, ciò che una volta era più specialmente degli Alpini (intendiamo i montanari, dalle Alpi agli Appennini). Il montanaro è più rude, meno armonioso, meno lirico, isolatamente vale poco o nulla, ma in coro è impareggiabile, perché tende meno ad individualizzarsi, sapendo rinunciare all’orgoglio dell’io per la disciplina del noi. Sulle Alpi e sugli Appennini non nascerà un Caruso (1), ma anche i Carnera (2) si adattano a cantare, per così dire, in rango; e se nasce, per esempio, la stupenda cadenza del “Testamento del Capitano”, la cui ultima strofa, se accortamente rallentata, sembra un inno religioso, solenne come una cattedrale.
Questa virtù corale deriva dal dono impareggiabile della solitudine: un senso che la montagna da anche quando non si è soli. I montanari hanno lunghe ore di marcia per il carico e lunghi ozi nelle cucine calde, o nelle stalle, presso le miti vacche da latte. Cantando vincono la montagna, dimenticano la fatica, nobilitano la sosta, popolano la solitudine.
Gli Alpini, dunque, per le ragioni etniche a cui abbiamo accennato, si trovano, naturalmente, ad essere non soltanto i cantori più valenti, ma anche possessori di un vasto repertorio.
CANTA, CHE TI PASSA.
(1) ndr. riferimento al cantante lirico napoletano Enrico Caruso.
(2) ndr. riferimento al pugile friulano Primo Carnera.

aggiornamento inserito il 15 maggio 2014
Fra le curiosità rintracciate e già indicata da Mario Gallotta nel suo articolo: cinquanta candeline per il nostro periodico sezionale "Canta che ti Passa", vi è questo "approfondimento".
L'espressione < canta che ti passa > formulata in chiave ironica, è di solito un invito a superare noia, timori o preoccupazioni incombenti attraverso il canto. L'espressione pare sia stata incisa sulla parete di una trincea durante la Prima Guerra Mondiale e riportato da un soldato il cui nome diventerà ben noto: si tratta appunto dell'ufficiale degli alpini Piero Jahier. La trascrisse come epigrafe di una raccolta: "Canti del Soldato" curati con lo pseudonimo di Pietro Barba e pubblicati nel 1919.