alpini del territorio bolognese romagnolo

il caporalmaggiore artigliere da montagna Dino Pieri
di Mario Gallotta

 

Tra i figli illustri della Romagna che hanno indossato il cappello alpino ci fa particolarmente piacere citare il prof. Dino Pieri, che può essere considerato l’erede spirituale di un’altra nota penna nera romagnola: Aldo Spallicci, di cui proprio Dino Pieri (in collaborazione con Maria Assunta Biondi) ha curato l’Opera Omnia.

Membro del Consiglio Direttivo della Società di Studi Romagnoli, vicedirettore della rivista “La Piê” (fondata da Aldo Spallicci), da lungo tempo Dino Pieri, nato a Cesena nel 1937, si occupa di ricerca storica, di tradizioni popolari e di letteratura dialettale.

Laureato in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Bologna, ha accompagnato l’attività di docenza con una fertile produzione letteraria, meritando numerosi e qualificati riconoscimenti.

 

 

 

Uomini in bicicletta

Lo zingaro maledetto

La squadra di Porta Romana

Grandi Manovre

E’ autore, tra l’altro, di Uomini in bicicletta (storia del ciclismo romagnolo), Lo zingaro maledetto (ampio studio sulle epidemie di colera in Romagna nell’800), La squadra di Porta Romana (rievocazione di alcuni clamorosi delitti di fine 800), Grandi Manovre (sulla prima visita di Umberto I in Romagna nel 1888), Appuntamento a mezzanotte (storia d’amore e di sangue in cui venne coinvolto il critico Renato Serra).

 

Al termine del servizio militare svolto negli anni 1962-63 a Tolmezzo in forza al Gruppo “Udine” del 3° Reggimento Artiglieria da Montagna, Brigata Alpina “Julia”, pubblicò sul “Corriere Militare” del 31 gennaio 1963 un toccante articolo intitolato “Il mio congedo”.

A poco più di quarant’anni da quell’esperienza ho chiesto al prof. Dino Pieri, che ha gentilmente accolto l’invito, di rispondere ad alcune domande sul suo servizio militare (e non solo).

 

 


domanda - Quando seppe di essere stato assegnato alle truppe alpine? Quale fu la sua reazione? Sorpresa, soddisfazione, curiosità, timore, indifferenza?

Seppi di essere stato assegnato alle truppe alpine nel febbraio 1962; non ci fu sorpresa perché molti romagnoli venivano arruolati in questo corpo militare. Provai una certa curiosità ed anche qualche apprensione per la nuova esperienza che avrei dovuto affrontare.

domanda - Allorché giunse al reparto, quali furono le sue prime impressioni? Fu assegnato a una batteria? Con quale incarico? Quali sentimenti le ispirava la presenza dei muli?

Quando giunsi al reparto mi colpì l’ambiente meno tumultuoso, più ordinato ed efficiente rispetto a quello del C.A.R. di Bassano da cui provenivo, dove eravamo più di tremila. Mi fece una buona impressione anche la migliore qualità del rancio e del servizio cucine (non più gavette ma piatti). Non fui assegnato a una batteria ma al reparto comando con l’incarico di scritturale in Maggiorità. La presenza di trecento muli mi riportò ai tempi dell’infanzia quando cavalli, asini e muli circolavano numerosi per le strade.

domanda - Da dove proveniva la maggior parte degli artiglieri di leva in forza al Gruppo “Udine”? C’erano dei romagnoli? L’ambientazione fu difficile? Quale fu l’impatto con la caserma?

La maggior parte degli artiglieri del Gruppo “Udine” proveniva dal Friuli, dal Veneto, dall’Abruzzo e, sia pure in minor numero, dalla Romagna. L’impatto con la caserma e l’ambientazione non furono difficili; conosciuti quelli che sarebbero stati i miei doveri, iniziai un lavoro di ufficio che cercavo di svolgere nel miglior modo possibile.

domanda - Com’era il rapporto con gli ufficiali e i sottufficiali? L’aspetto gerarchico era molto marcato? I superiori, oltre all’autorità del grado, dimostravano anche autorevolezza e godevano di stima da parte della truppa?

Il rapporto con gli ufficiali e i sottufficiali era generalmente buono. La gerarchia del grado si faceva sentire ma senza abusi o atteggiamenti altezzosi. C’erano superiori apprezzati dalla truppa per le loro qualità umane e per la professionalità che conferivano loro autorevolezza e suscitavano rispetto e stima.

domanda - Come nacque l’idea di scrivere l’articolo sul “Corriere Militare”?

Appassionato lettore fin dagli anni dell’infanzia, ho sempre provato il desiderio di scrivere; è stato quindi per me naturale inviare quell’articolo al “Corriere Militare”.

domanda - Ritiene formativa l’esperienza da lei compiuta durante il servizio militare? Le è stata utile nella vita personale e professionale? C’è qualche insegnamento particolare che si è rivelato utile dopo la naja?

Ritengo complessivamente formativa l’esperienza militare; mi ha insegnato la puntualità, l’ordine; ha contribuito a farmi apprezzare il valore dell’amicizia e della solidarietà, tutte qualità importanti nella vita ed anche a livello professionale. Ho imparato a contare su me stesso, a non arrendermi davanti alle difficoltà, ad impegnarmi quotidianamente.

domanda - A parte la durezza del servizio militare nelle truppe alpine (e nell’artiglieria da montagna in particolare) ricorda anche qualche particolare negativo? C’era il “nonnismo”? C’era rivalità fra artiglieri (panzelonghe) ed alpini (cunici)?

Lavorando in Maggiorità non ho affrontato esperienze dure. Qualche particolare negativo c’era ma questo accade in tutti gli ambienti e quindi non è tanto imputabile al servizio militare quanto alle persone in genere. Il “nonnismo” che incontrai appena giunto al reggimento consistette in qualche servizio ai “nonni”, come quello di rassettare le loro brande. In un certo senso lo potrei paragonare alla situazione delle matricole universitarie. La rivalità fra artiglieri e alpini (nostri vicini di caserma) non andava al di là di qualche battuta; per il resto c’era molta fraternità.

domanda - “E poi venne su lenta, grave e bella, nella sua apparenza faticosa e rude, con i suoi grandi soldati, con i suoi muli potenti, l’artiglieria da montagna…”. Che cosa le suggeriscono, oggi, queste parole di Edmondo De Amicis?

Le parole di De Amicis suscitano in me una folla di sentimenti: mi fanno innanzitutto pensare ai grandi sacrifici sopportati da uomini e muli durante la prima guerra mondiale; mi riportano a quei 18 mesi trascorsi fra tanti commilitoni, talvolta rudi e semplici, ma ricchi di qualità umane, con quei 300 muli che si vedevano sfilare pazienti sotto il carico. Certo oggi la tecnologia ha fatto scomparire i muli e le parole di De Amicis lette da un giovane potrebbero apparire perfino retoriche. Non dobbiamo però giudicare il passato con la mentalità del nostro tempo ma calarci in esso per cercare di comprenderlo nei suoi aspetti positivi o negativi. Quando lo scrittore piemontese scriveva quelle parole, l’unità d’Italia era stata raggiunta da poco e l’esercito coi suoi soldati di ogni regione rappresentava il collante della Nazione. Possiamo così capire il tono solenne, l’ammirazione di De Amicis per quel corpo militare  destinato a difendere i nostri confini sulle montagne.

domanda - Molti romagnoli, anche famosi, hanno prestato servizio militare nelle truppe alpine: ritiene che vi sia un legame particolare che ha unito ed unisce la Romagna alla penna nera?

Non vedo un legame particolare che unisca la Romagna (priva di alte montagne) alle penne nere; è certo però che chi ha militato negli alpini prova un sentimento di fierezza che lo accompagna per tutta la vita. Le associazioni degli alpini in congedo sono vive e operanti (soprattutto in caso di calamità) non solo nelle città ma anche nei piccoli paesi della Romagna.

domanda - Nel suo articolo, pubblicato sul “Corriere Militare”, lei scrisse: “…qualcosa si era maturato in lui, trasformando il suo animo ancora duttile in una robusta tempra di soldato, in una solida coscienza di cittadino…”. E’ ancora convinto di quell’affermazione? La sottoscriverebbe anche oggi?

Sono ancora convinto di quell’affermazione; oggi più che mai!