archivio Giuseppe Martelli
dedicato agli alpini in armi e in congedo

La PREGHIERA DELL’ALPINO

nella storia delle generazioni in grigioverde

pagina aggiornata il : 1° novembre 2010

la “Preghiera dell’alpino” nella guerra 1940-1945

- capitolo secondo -

Oltre alla PREGHIERA DELL’ALPINO nella formula ormai più diffusa e recitata, singolarmente o dal cappellano militare al termine delle funzioni religiose, nascono altre preghiere dettate dalla religiosità insita dell’uomo. Queste sono legate e dettate dagli eventi che in questo periodo si susseguono in situazioni a volte di grande sofferenza e sacrificio. Un appello alla “Mamma del Cielo”, l’orgoglio della Specialità di appartenenza, i compagni più sfortunati, l’amarezza e le speranze nella prigionia, il credo nella differente scelta ideologica, la ribellione e la lotta per riconquistare la libertà. Queste preghiere si propongono come esempio in un percorso storico eterogeneo legato alle vicende della seconda guerra mondiale, che mettono in evidenza come l’uomo nella spiritualità ritrovi forza e rifugio per superare ogni pena terrena.

Il primo esempio è questa PREGHIERA DEGLI ALPINI che compare su L’ALPINO del 15 settembre 1941, composta dal capitano medico Tito Ferruccio Barbieri del 9° reggimento alpini. Purtroppo non si è riusciti a rintracciare nessuna notizia biografica su questo ufficiale. Le uniche testimonianze sono alcuni suoi articoli pubblicati su L’ALPINO dell’1 e del 15 agosto 1941 nei quali esalta le virtù e l’opera degli ufficiali medici e le gesta degli alpini del 9° sul fronte greco-albanese.

LA PREGHIERA DEGLI ALPINI

O Signore che dall’alto dei monti ai mortali più sembri vicino, Tu che cantano i venti e le fonti, che cantano i fiori al mattino, o Signore che comandi alle stelle, che sull’alto dei nembi troneggi, nei bivacchi, tra gelo e procelle, dell’Alpino le penne proteggi.

Nella man la piccozza lucente, per crepacci, per crode sfuggenti, Tu la corda sostieni clemente, rendi i muscoli nostro possenti.

Difendiam del Paese i confini dal valore del Re consacrati; noi vogliam confermare i destini all’Italia del Duce segnati.

Se una sposa fedele ci attende, se ti prega una mamma lontana, se sue mani fanciulla ti tende fa che speme non sperdasi vana.

Al mattino innalziam la bandiera che bell’opre segnacol ci sia; l’ammainiamo fidenti alla sera se per scolta t’abbiamo, Maria.

Tito Ferruccio Barbieri
Capitano medico del 9° Alpini

qui per maggior chiarezza è trascritto il testo della Preghiera

 

 

Questa PREGHIERA DELL’ALPINO IGNOTO è stata scritta dal tenente medico Giulio Bedeschi del gruppo di artiglieria alpina “Conegliano” mentre seduto su un muretto della caserma di Osoppo nel giugno 1943, osserva una batteria di muli sul fiume Tagliamento portati all’abbeverata dai conducenti. I ricordi e le emozioni delle recenti drammatiche vicende vissute sul fronte russo sono ancora così vivi ed il pensiero lo riporta nella gelida steppa russa. Rivede i compagni che non sono tornati, l’ultimo della colonna rimasto nella solitudine ed immedesimandosi in una sua preghiera, ne raccoglie lo spirito e l’ultimo pensiero.

Preghiera dell’alpino ignoto

Tu per le mie ferite
da cui scese sangue
alla terra alle pietre
al fango alla neve
dovunque passai;

Tu per il mio silenzio
e il mio dolore senza volto
e il mio respiro che cessò
senza lamento
nell’invocare Te;

Tu per il lungo calvario
d’ogni fratello alpino
che giacque infine riverso
in quell’ora e per sempre
simile a me
nella sua stessa offerta;

 

Tu per gli occhi di mia madre
fermi nel buio fermi nel vuoto
in cui vedesti tremolare
e cadere verso Te dalle ciglia
la luccicante preghiera;

Tu per le mani di mio figlio
che mai sentirono le mie
e non ebbero più guida
se non di ricordo;

Tu, o Signore, tendi la mano
per quanto noi ti offriamo,
preserva dalla vita e dalla morte
ch’io conobbi in sorte
e benedici
ogni fratello che vive.

Benedici l’Italia.

 

Giulio Bedeschi era nato ad Arzignano in provincia di Vicenza il 31 gennaio 1915. Conseguita la laurea in medicina all’università di Bologna è chiamato nel 1939 al servizio militare ed avviato al corso per ufficiale medico presso la Scuola di Sanità a Firenze. Conseguita la nomina a sottotenente viene assegnato all’11° reggimento fanteria divisione “Casale” ed inviato sul fronte greco. Questa sua prima esperienza di guerra, con la conclusione delle operazioni sul fronte, lo vede assegnato all’ospedale da campo divisionale dove gli giunge l’ordine di trasferimento con assegnazione alle truppe alpine della divisione “Julia”. Rientrato in Italia nella primavera 1942 per il riordinamento della dissanguata Divisione ed il previsto impiego sul fronte russo, l’8 agosto riparte. Assegnato alla 13^ batteria del gruppo “Conegliano” 3° reggimento artiglieria alpina, con questo reparto partecipa alle drammatiche vicende della Campagna di Russia. Questa esperienza sarà mirabilmente descritta nel suo libro più famoso “Centomila gavette di ghiaccio” edito nel 1963, premio Bancarella 1964, che ha superato oggi tre milioni di copie, al quale ha fatto seguito nel 1978, sempre sull’onda dei ricordi “Il peso dello zaino”. Rientrato nella primavera 1943 con i pochi superstiti e conclusa la licenza, riprende servizio sempre  nella 13^ batteria. I suoi sentimenti umani, la poetica spiritualità, l’angoscia vissuta per se ed i compagni nella steppa russa escono spontaneamente e sono trascritti nella Preghiera dell’alpino ignoto come un comandamento che invita a non dimenticare. Un impegno al quale dedica molte energie e lunghi anni di lavoro, curando la pubblicazione di numerosi libri della serie “c’ero anch’io” dedicati ai combattenti di tutte le Armi impegnati sui vari fronti. Questo suo benemerito lavoro si è purtroppo interrotto con il precoce decesso avvenuto il 29 dicembre 1990 a Verona, dove si era trasferito dopo una lunga brillante carriera professionale a Milano.

 

Questa PREGHIERA DEL PRIGIONIERO IN RUSSIA è stata scritta dal cappellano militare Don Guido Maurilio Turla del battaglione alpini “Saluzzo”, durante un periodo di internamento nel marzo 1943 al campo di concentramento di Krinowaja in Russia. Il manoscritto, nascosto per quattro anni in una scarpa e mai rintracciato dalle guardie, venne riportata in Italia con il suo rientro dalla prigionia nel marzo 1946.

Preghiera del prigioniero in Russia

O eterno Iddio di pietà e di giustizia,
effondi il tuo amore lenitore sui figli oppressi da dura cattività.

Tu che conoscesti attraverso le sofferenze del Tuo divin Figlio
i tragici disagi dell’esilio, il “crucifige” del Calvario,
infondi forza e speranza al nostro spirito, stanco e sfiduciato.

Raccogli sull’altare del Tuo, del nostro sacrificio tutte le sofferenze:
la fame, il freddo crudele e la libertà oppressa.
Dalle sconfinate steppe, dalle immense foreste,
dalle tundre di questa terra,
benedici coloro che perseguitano Te e noi.

Con la tua mano onnipotente spezza gli spinati vincoli che ci riserrano;
non disperdere, ma richiama e perdona
il barbaro che ci opprime e ci calpesta.

La Madre del Tuo divin Figlio,
che ci scampò dal gelo e dal piombo nemico,
stenda la mano materna su di noi,
sulle famiglie lontane che ignorano la nostra sorte.

O signore dell’infinito!

Restituisci alla terra in fiamme la Tua pace,
distruggi col fuoco del tuo amore,
l’odio profondo che dilania le nazioni e il mondo.

A Te gloria eterna

 

Don Guido Maurilio Turla era nato a Sulzano in Provincia di Brescia l’11 ottobre 1910. Entrato nei frati minori cappuccini è ordinato sacerdote nel 1935 e dopo vari incarichi nei conventi di Albino e Sovere, nel gennaio 1941 viene assegnato quale cappellano militare al battaglione “Saluzzo” del 2° reggimento alpini divisione “Cuneense” che opera sul fronte greco-albanese. Durante questo periodo idea la Madonna degli alpini tradotta poi al rientro in Italia nel maggio 1941 in un significativo quadro. Questa immagine, consacrata dall’Ordinario Militare Mons. Angelo Bartolomasi, viene riprodotta su una cartolina ed una medaglia adottata da tutti gli alpini. Il 5 agosto 1942 riparte con il “Saluzzo” destinato al fronte russo, dove ancora si distingue come sacerdote e soldato meritando nel dicembre la medaglia di bronzo al valor militare. Con il forzato ripiegamento dal Don, inizia dal 17 gennaio 1943 il suo calvario con le marce forzate ed i combattimenti, prodigandosi verso i feriti e congelati a rischio della propria vita ed è decorato di croce di guerra. Il 28 gennaio cade prigioniero a Waluiki. Internato nel campo di Krinowaja, qui nel marzo 1943 compone la Preghiera del prigioniero in Russia. La sua opera di dedizione e carità verso il prossimo, ma anche di sofferenza, prosegue nei campi di Oranki, Susdal e Odessa fino al 9 luglio 1946 quando finalmente liberato rientra in patria. Minato nel fisico deve sottoporsi a varie cure fino all’aprile 1951 quando, sufficientemente ristabilito, è designato parroco nel centro termale di Boario. Qui si dedica in particolare alla realizzazione di un tempio dedicato alla Madonna degli alpini quale voto fatto in prigionia. L’imponente opera portata a termine nel 1957 viene inaugurata il 29 settembre dall’Arcivescovo di Brescia con l’intervento di numerose autorità civili ed i suoi mai dimenticati alpini. Le sue memorie legate alla prigionia, compaiono a puntate già nel 1946 su alcuni giornali, poi raccolte in un primo libro pubblicato nel 1948, quindi in un secondo edito nel 1964 dal titolo “7 rubli al cappellano”. La sua vita terrena si chiude il 17 maggio 1976 ed è sepolto nella cripta all’interno del tempio con il commosso saluto degli alpini che ne onorano la bella figura di cappellano militare.

   

La medaglietta, di fusione in lega di piombo e stagno, con l’effige ideata da Don Guido Maurilio Turla. Su una facciata sono rappresentati i tradizionali fregi per cappello delle truppe alpine sovrastati dalla frase SI VA OLTRE, il nuovo motto imposto dal regime che sostituiva quello tradizionale storico DI QUI NON SI PASSA, sull’altra faccia è raffigurata la “Madonna degli Alpini” dall’idea originaria di Don Turla. Per gentile concessione del proprietario Fulvio Miconi già del battaglione Alpini Exilles, oggi socio del gruppo alpini To-Alpette della Sezione di Torino.

(testo aggiornato il 1° novembre 2010 con la precisazione inviata dal nipote Luca Guglielmino, il cui testo è pubblicato qui sotto)
a fianco, la Madonna degli alpini ideata da Don Guido Maurilio Turla per accogliere una espressa richiesta degli alpini della divisione “Cuneense” desiderosi di avere dedicata una Madonna protettrice. L’idea, tradotta in un quadro dal pittore Guglielmino Luigi della Scuola E. Reffo di Torino, raffigura la Vergine seduta su un trono di nubi con in grembo il bambino Gesù che stringe in mano delle stelle alpine in atto quasi di lasciarle cadere, come benedizione, su una colonna di alpini e muli che sale per la montagna. Custodita durante il periodo bellico nella caserma di Cuneo poi in Municipio, il 3 novembre 1946 con un’imponente manifestazione venne collocata nel santuario di San Maurizio a Cervasca dove ancora oggi è custodita. (collezione personale)

Sono l'alpino Guglielmino Luca ex Btg.Susa e sono il nipote del pittore Guglielmino Luigi che eseguì il quadro della Madonna degli Alpini su istanza di Don Turla. Ora nel tuo archivio che peraltro é interessantissimo e curioso, in prossimità della foto di tale quadro é scritto: " L'dea tradotta in un quadro dal pittore Guglielmino Favaro della scuola E. Reffo di Torino.......".
Occorrono qui alcune precisazioni .
Il Reffo che fu allievo del Ferri alla Regia Accademia Albertina nel XIX secolo, ebbe come discepolo mio nonno Guglielmino Luigi che studiò appunto alla Scuola Reffo presso il Collegio Artigianelli di Corso Palestro a Torino ove si trovano tutti i cartoni -almeno quelli salvati dai bombardamenti del secondo conflitto mondiale- di mio nonno. Pietro Favaro a sua volta fu il successore di mio nonno e non escludo abbia restaurato il quadro. Quindi non esiste Guglielmino Favaro, ma si deve correggere solo mettendo come esecutore Guglielmino e come restauratore Favaro. Io ne ho una riproduzione in cartolina bianco e nero. Il Reffo visse dal 1831 al 1917; il Guglielmino visse dal 1887 al 1962 e il Favaro dal 1912 al 2000.
Spero di aver recato un contributo all'archivio.

Dopo tre anni di durissima prigionia iniziata nel gennaio 1943, questa PREGHIERA DEL PRIGIONIERO è l’ultima scritta nel dicembre 1946 dal tenente Italo Stagno del Comando 1° reggimento alpini nel campo di concentramento a Kiev in Russia. Strappata dalle guardie, è stata riportata e riscritta a memoria in Italia nel 1954 dal S. Ten. medico Enrico Reginato, medaglia d’oro al v. m., che ha condiviso le pene di prigioniero con il valoroso ufficiale. E’ stata pubblicata per la prima volta nel libro di memorie di un altro eroico prigioniero, il cappellano militare medaglia d’oro al v. m. Don Giovanni Brevi, “Russia 1942-1953” Garzanti Editore Milano 1955, dove ne rievoca la nobile figura.

Preghiera del prigioniero

     Solo, con il mio cuore fedele
 con le vene rotte dall’uragano
 in preda ad ogni infido elemento
 vado portato dal vento
 chissà dove, chissà dove.

 E ogni porto è lontano
 e ogni voce si è spenta
 e più vicina è la notte.

     Signore della sventura
 che conosci tutto l’umano tormento
 e tutto il dolore dell’uomo,
 ho superato ogni prova
 e ogni sgomento,
 ho vinto ogni paura
 e vado senza un lamento
 in questo viaggio che dura
 per l’infinito squallore verso l’ignoto.

     Ho messo tutta la forza
 tutto il coraggio in un voto
 e vado con anima ignuda.

 Solo la fede mi muove
 ma chissà dove, chissà dove.

     Come un viandante sperduto,
 Signore, Ti chiedo conforto,
 ancora Ti chiedo il Tuo aiuto
 per raggiungere l’ultimo porto.

     Sono stanco, ma occorre che vada
 Prima che la notte cada.

 Io non conosco riposo,
 io non conosco riparo
 ed ho perduto ogni cosa.

Io ho visto in faccia la morte
 che sempre mi segue d’accanto
 col passo suo lieve
 dal giorno in cui sulla neve
 mi ha dato una rosa di sangue.

 Solo una cosa vorrei:
 stringere fra le mie braccia,

 

stretta al mio povero cuore,
la piccola bimba che porta
il nome della vittoria
e dirle senza parole
che son tornato per lei.

     E Tu, o Signore,
che vedi tutto il dolore del mondo,
Tu che nel cuore profondo
sai penetrare i misteri,
questa preghiera Tu ascolta
e questa grazia concedi:

ascolta questo mio grido,
dimmi o Signore la strada
dammi o Signore la forza
di compiere gli ultimi passi,
fa che raggiunga la porta
dove mi attende la sposa
che ha tutto il pianto negli occhi
e tutto lo schianto nel cuore.

     Le devo dire una cosa:
fammi arrivare sull’uscio della nostra casa
prima che scenda la notte
per dirle solo o Signore,
che ho tanto amato il suo amore,
per essa ho vinto la morte
e ho conservato gelosa,
in una lotta senza posa
contro il tempo e la distanza,
la suprema speranza,
vivendo come un sogno
la vita che vorrei,
dimentico di quel che vivo
dimentico di quel che sono,
ma reso ancor più forte
nell’impossibile oltranza
nel pensiero di lei
ne desiderio di lei
nell’estremo bisogno del suo perdono.

 

Italo Stagno era nato a Cagliari nel 1902. Dopo aver frequentato la scuola allievi ufficiali di complemento, svolge nel 1937 il servizio come sottotenente nel 7° reggimento alpini. Alla sua conclusione rientra quale funzionario del Ministero delle Corporazioni a Roma fino al successivo richiamo per istruzione nell’ottobre 1939. Ripresa la sua attività professionale, è già una nota figura del sindacalismo nazionale, valente giornalista e deputato al parlamento, viene promosso al grado di tenente dal 1° gennaio 1940 ed il 2 ottobre 1941 è richiamato in servizio per mobilitazione. Assegnato a disposizione del reparto comando del 7° reggimento alpini divisione “ Pusteria ” che opera in Montenegro, lo raggiunge in zona di guerra. Rientrato in Italia nel giugno 1942 è trasferito al 1° reggimento alpini della divisione “Cuneense” e, assegnato al comando reggimentale, il 28 luglio parte per il fronte russo. Il 25 settembre è in linea sul Don. Con la grande offensiva russa del gennaio 1943, il 17 inizia con l’ordine di ripiegamento la tragica odissea. Nei giorni che seguono emergono le sue doti che lo vedono, con eroici slanci, battersi sempre alla testa dei suoi uomini. Dopo dieci giorni di marce forzate ed aspri combattimenti, il 28 gennaio a Valujki sopraffatto dopo disperata resistenza viene catturato. Inizia così il calvario della prigionia affrontata in ogni circostanza con fierezza e generoso altruismo nei campi di concentramento a Susdal, campo 171 a Kazan, campo 5 a Kiev. Subisce più volte punizioni quale organizzatore di clandestine S.Messe, per le aperte difese dei compagni colpiti da ingiustizie e illegali vessazioni e per aver sempre respinto come ufficiale la revisione del proprio passato. Più volte leva la voce sopra tutti per esortare e ricordare il giuramento e il dovere di essere degni della bandiera e della fede per la dignità e memoria dei compagni caduti. Fra il novembre e dicembre 1946 scrive due sublimi lunghe preghiere che ne raccolgono ed evidenziano tutto il nobile animo. Colpito da grave morbo viene internato al Wald-Lazaret dove muore il 24 settembre 1947. Alla memoria dell’eroico ufficiale viene decretata la medaglia d’oro al valor militare.

A seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943, con la costituzione della Repubblica Sociale Italiana, il 28 ottobre viene emanata la legge costitutiva di un Esercito Repubblicano. Nel mese di novembre si ha la prima chiamata alle armi, concentrata al nord, e le reclute accolte nelle caserme sono inviate al Centro Costituzione Grandi Unità di Vercelli. Nel febbraio-marzo 1944 il bando chiama le classi 1924 e 1925 per approntare tre divisioni di fanteria ed una alpina, il cui addestramento secondo gli accordi con il governo tedesco deve effettuarsi in Germania. Molti sono anche coloro che per scelta politica, ritenendo giusta la fedeltà al regime, accorrono volontariamente per formare il nuovo Esercito. La divisione alpina “Monterosa” viene addestrata nel campo di Mùzingen fino al luglio 1944. I 19 mila alpini che costituiscono la forza della divisione rientrano in Italia dal 18 luglio destinati inizialmente nella riviera di levante. Dopo un primo periodo di stasi in Liguria, diversi suoi reparti sono inviati sul fronte della Garfagnana ed in Piemonte dove sostengono duri combattimenti contro le forze alleate.

Nell’aprile 1945 con lo sfondamento del fronte a Bologna anche la “Monterosa” è coinvolta, i reparti dislocati in Garfagnana e Liguria tentano il ripiegamento verso nord ma circondati da forze preponderanti sono costretti ad una dignitosa resa. Sorte diversa hanno invece i reparti dislocati in Piemonte che, a resa avvenuta nelle mani delle forze partigiane, sono oggetto di rappresaglia e sommarie fucilazioni. Va comunque segnalato un episodio, unico nel suo genere, poco conosciuto ma degno di nota, che evidenzia il riconosciuto amor patrio degli alpini. Episodio esemplare, in quanto vede alleati gli alpini della Repubblica Sociale Italiana ed i partigiani del Comitato di Liberazione Nazionale aostano, uniti negli ultimi giorni di guerra fino al 7 maggio 1945 a difesa del passo del Piccolo San Bernardo in Val d’Aosta contro le truppe francesi che tentano invano di entrare da conquistatori nella valle. Scesi ad Aosta, gli uni e gli altri sfilano fra gli applausi. La guerra è conclusa e con essa anche la breve storia della divisione alpina “Monterosa”.

Grazie alla collaborazione della Sede Nazionale dell’Associazione Divisione Alpina “Monterosa”, la ricerca si arricchisce di preziosi rari documenti come questo pieghevole con la preghiera dell’Alpino in uso presso i reparti della “Monterosa” nel periodo 1944-1945. Il testo è quello tradizionale dal quale è stata tolta dall’ultima quartina la citazione….., proteggi l’amato Sovrano,...

 

“Santino” con la preghiera dell’Alpino realizzato a cura del cappellano militare Padre Don Claudio Enrico Bianchini (già citato nel capitolo primo) in forza al battaglione “Tirano” divisione alpina “Monterosa”, in occasione del Natale 1944.

 

La preghiera dell’Alpino

Su le nude rocce – su i perenni ghiacciai – su ogni balza delle Alpi – che la Provvidenza Divina ci ha dato per culla – e creato a baluardo sicuro – de le nostre contrade – ne l’estate torrida – o nel gelido inverno – sempre e dovunque – l’anima nostra – purificata dal dovere pericolosamente compiuto – sta rivolta a te – o Signore che proteggi le nostre famiglie lontane – e ci conforti a essere degli dei nostri avi. Salvaci – o Dio onnipotente – Signore di tutti gli elementi – da ogni male spirituale – salvaci dal gelo demolitore – da la furia de la tormenta – da la slavina travolgente – da l’impeto de la valanga. Fa che il nostro piede – passi sicuro – su le creste vertiginose – se le diritte pareti – su i crepacci insidiosi. Fa che le nostre armi siano infallibili contro chiunque osi offendere la Patria – i diritti de la nostra millenaria civiltà – la nostra sfolgorante bandiera. Proteggi – o Signore – il Duce nostro – e concedi a le armi romane – guidate dal genio de la sua sapienza – il giusto premio de la vittoria.

Natale di guerra 1944 –XXIII.

Il Capp. Milit. del “Tirano”
P. Claudio Enrico Bianchini C. S. J.

 

 

 

“Santino” con la preghiera dell’Alpino tratta dal pieghevole distribuito sul fronte occidentale nel marzo 1945 presso il Raggruppamento alpini “Farinacci” della divisione “Monterosa”. Documento gentilmente concesso dall’Associazione Divisione “Monterosa”.

Il testo della Preghiera è uguale in entrambi i documenti.

 

Documento gentilmente concesso dall’Associazione
Divisione “Monterosa”.

Questa PREGHIERA DELL’ALPINO DEL “BRESCIA”, scritta dal cappellano militare padre Cristofari Antonio, conferma come aldilà delle libere scelte ideologiche o dettate dalle circostanze, l’alpino, in quanto tale, mantiene intatto il senso del dovere e la propria religiosità. Non esistono buoni e cattivi, vincitori e vinti, ognuno era convinto di essere nel giusto fino all’estremo sacrificio. In questa ottica deve essere letta la preghiera, espressione etico-religiosa dell’uomo, del soldato, alla quale si affida in ogni situazione, scelta o imposta dal periodo storico vissuto.

Antonio Cristofari era nato l’11 novembre 1910 a Carmignano di Brenta in provincia di Padova. Seguendo la vocazione religiosa sceglie l’esperienza francescana entrando nel collegio serafico dei Fratini di S. Antonio a Chiampo, Vicenza. Seguendo le regole dell’Ordine prosegue il percorso prima a Monselice poi a Cormons, Gorizia, dove riceve l’ordinazione sacerdotale il 14 luglio 1935 assumendo il nome di padre Paolino. Qui trascorre i primi anni di attività apostolica e predicazione fino al 1938 quando, ricevuta la nomina a vice rettore, rientra nel collegio di Chiampo dove rimane fino al 1943. Con gli eventi legati all’8 settembre e la successiva costituzione della 2^ Sezione dell’Ordinariato Militare con sede a Verona, tutte le curie vescovili e le curie provinciali degli Ordini religiosi, ricevono l’invito ad assicurare l’assistenza spirituale alla gioventù in armi del nord. Padre Paolino accoglie l’invito e nella primavera 1944 riceve la nomina a cappellano militare. Assegnato alla divisione alpina “Monterosa”, viene destinato al battaglione “Brescia” del 2° reggimento alpini seguendone le vicende belliche in Liguria, Garfagnana e Piemonte. Compreso della sua missione di sacerdote e per essere sempre vicino ai propri alpini, scrive per loro una Preghiera dell’Alpino del “Brescia” distribuita per l’ultima volta in occasione della Pasqua 1945. Pochi giorni dopo, dislocato con il proprio reparto nella Val d’Orco in Piemonte, conclude la sua esperienza di cappellano militare. La guerra è finita. Congedato, rientra in convento a Vittorio Veneto mantenendo contatti e relazioni epistolari con vari compagni e famigliari che a lui si rivolgono nella speranza di avere notizie sui loro cari caduti in guerra. In questo periodo matura la volontà, più volte espressa, di svolgere servizio in terra di missione. Nel 1949 il suo desiderio viene accolto e parte per l’Argentina dove gli è affidata la parrocchia di San Francisco Solano nella città di Rosario di Santa Fe. Nel 1957 rientra dall’Argentina, dove lascia un grato e profondo ricordo, per essere destinato quale superiore dei frati cappellani degli operai italiani in Belgio nella città di Liegi e paesi vicini, dove rimane per vent’anni fino al 1977. La sua vocazione missionaria di servizio ai più diseredati ed emarginati è sempre forte e dopo l’ennesima richiesta parte per il Guatemala. Viene destinato prima ad una poverissima parrocchia nel versante dell’Atlantico, a Quiriguà, operando in un vastissimo territorio montano con una quarantina di comunità, poi a Patzùn, in alta montagna, nel centro della repubblica, dove viene coinvolto dalla guerra civile e più volte rischia la vita per difendere e salvare i suoi parrocchiani ingiustamente perseguitati. Il suo peregrinare non ha sosta, viene chiamato quale assistente spirituale nell’ospedale francescano per disabili e handicappati della città di Antigua Guatemala dove cominciano i primi attacchi della malattia che lo porta suo malgrado al rientro in Italia con la speranza di rimettersi in salute e successivo ritorno alla missione. Ricoverato nella casa di cura a Saccolongo, Padova, qui muore l’11 gennaio 1999. Al rito funebre che si svolge nella chiesa del paese nativo a Carmignano di Brenta, la bara coperta con il tricolore viene scortata dagli alpini con gagliardetto e sepolta nella tomba di famiglia.

Questa preghiera SIGNORE FACCI LIBERI è stata scritta nel 1944 dal sottotenente Teresio Olivelli del 2° reggimento artiglieria alpina gruppo “Bergamo”, partigiano cattolico combattente nella resistenza, medaglia d’oro al valore militare. Nella preghiera compaiono tutte le ragioni religiose della sua rivolta, senza odio per il nemico, ma con l’avversione decisa verso l’ideologia che nega la giustizia sociale per la quale aveva lottato fino al supremo sacrificio, divenendo “ribelle per amore”.

Signore facci liberi

Signore che fra gli  uomini drizzasti la Tua Croce segno di contraddizione,
che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dei dominanti,
la sordità inerte della massa, a noi oppressi da un giogo numeroso e crudele
che in noi e prima di noi ha calpestato Te, fonte di libere vite, dà la forza della ribellione.

Dio che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi, alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà,
moltiplica le nostre forze, vestici della Tua armatura.

Noi ti preghiamo, Signore.

Tu che fosti respinto, vituperato, tradito, perseguitato, crocifisso,
nell’ora delle tenebre ci sostenti la Tua vittoria:
sii nell’indulgenza viatico, nel pericolo sostegno, conforto nell’amarezza.

Quanto più s’addensa e incupisce l’avversario, facci limpidi e diritti.

Nella tortura serra le nostre labbra. Spezzaci, non lasciarci piegare.

Se cadremo fa che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente
a quello dei nostri Morti a crescere al mondo giustizia e carità.

Tu che dicesti “Io sono la resurrezione e la vita”
rendi nel dolore all’Italia una vita generosa e severa.

Liberaci dalla tentazione degli affetti:
veglia Tu sulle nostre famiglie.

Sui monti ventosi e nelle catacombe delle città, dal fondo delle prigioni, noi Ti preghiamo:
sia in noi la pace che Tu solo sai dare.

Dio della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi
“ribelli per amore”.

 

Teresio Olivelli era nato il 7 gennaio 1916 a Bellagio in provincia di Como. Di famiglia borghese e religiosa, il giovane Teresio ne vive la cultura e le scelte morali. Dopo le scuole elementari prosegue gli studi nel ginnasio a Mortara poi al liceo di Vigevano quindi ammesso nel collegio universitario Ghisleri di Pavia dove si laurea in diritto amministrativo. Di profonda fede religiosa che segna tutta la sua vita, pur schivo agli incarichi, a lui sono affidate cattedre e direzioni in vari istituti e riceve numerosi inviti a svolgere interventi oratori in occasione di Convegni. Fra questi, ai litoriali di Trieste nel marzo 1939, al congresso giuridico internazionale di Genova, al convegno di studi giuridici in Roma e al primo convegno universitario italo-tedesco dell’ottobre 1940 a Bologna. Con l’entrata in guerra dell’Italia nel giugno del 1940 e le successive drammatiche vicende sul fronte greco-albanese, come molti giovani suoi coetanei sente il dovere verso la Patria e nel febbraio 1941 si arruola volontario. Assegnato al deposito del 3° reggimento artiglieria alpina viene inviato ad Aosta alla scuola militare di alpinismo dove consegue il grado a sergente. Inviato al corso allievi ufficiali di Lucca ne esce nel maggio 1942 con il grado di sottotenente destinato al 2° reggimento artiglieria alpina. Svolto il servizio di prima nomina e rientrato questa volta come Rettore nel collegio Ghisleri, in luglio viene richiamato in servizio e, assegnato alla 31^ batteria del gruppo “Bergamo” divisione alpina “Tridentina” parte per il fronte russo. Nella sfortunata Campagna si distingue in particolare durante il drammatico ripiegamento per la volontaria dedizione verso i feriti, attardandosi in più occasioni con gli ultimi della colonna per seppellire i morti e rincuorare i suoi artiglieri. Rimpatriato in Italia con i reduci nella primavera 1943 , è in servizio nel deposito reggimentale a Merano quando sopraggiunge l’armistizio dell’8 settembre. Catturato dai tedeschi a Vipiteno è inviato al campo di Hall dal quale riesce a fuggire. Ripreso e destinato al campo di Regensburg evade nuovamente. Ancora ripreso e destinato al campo di Markt Pongau, questa volta la sua fuga ha successo. Rientrato in Italia sceglie la lotta armata aggregandosi prima a Brescia poi a Milano alla formazione partigiana “Lunardi” delle “Fiamme Verdi”, divenendo nel febbraio 1944 comandante di battaglione. In questo periodo collabora al giornale clandestino “il ribelle” dove pubblica la sua Preghiera dei Ribelli. Arrestato a Milano il 1° aprile 1944 subisce barbari interrogatori dai tedeschi che non riescono a piegarne la volontà di “ribelle per amore”. Internato a Fossoli tenta la fuga per la quale è trasferito prima nel campo di Bolzano poi a Flossemburg, quindi al campo di eliminazione di Herzbruk in Germania dove subisce ancora inaudite sofferenze. La sua profonda fede lo porta ancora ad essere esempio di totale dedizione verso i compagni nel conforto religioso e fisico, disdegnando il già misero cibo per lasciarlo ai più deboli. Nel gennaio 1945 l’ultimo suo generoso gesto lo vede slanciarsi in difesa di un compagno brutalmente percosso. La reazione della guardia è immediata e verso di lui rivolge tutta la rabbia infliggendogli numerose bastonate che lo riducono in agonia. Consapevole della imminente fine trascorre gli ultimi giorni in preghiera, donando anche i poveri abiti che indossa. Muore il 12 gennaio 1945 ed il suo corpo viene bruciato nel crematoio. Con decreto del 16 aprile 1953 firmato dal Presidente del Consiglio dei Ministri Alcide De Gasperi, gli viene conferita alla memoria la medaglia d’oro al valor militare. Negli anni ottanta è iniziata la procedura per la causa di canonizzazione che lo vedrà, quale artigliere alpino, fra i Santi della chiesa cattolica.